Exhibition with Anita Guerra and Lucy Clink at the cultural center of St. Stephen’s School Rome November 2019

Looking at the trees gazing at the sky
  Testo critico di  Roberta Melasecca

“Che cos’è l’erba? mi chiese un bambino, / portandomene a piene mani; / Come potevo rispondergli? Non so meglio di lui che / cosa sia. / Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione, / fatto col verde tessuto della speranza.” (Walt Whitman, Canto di me stesso)

Looking at the trees gazing at the sky non è un progetto (solo e semplice) sulla natura: non ha come ambito e tema dominante l’indagine atavica e secolare del rapporto uomo- mondo o uomo natura, scandagliato nei tempi di tutti i tempi dalla filosofia, letteratura, arte, psicologia. Non è neanche un progetto (solo e semplice) sulla storia e sulla memoria, oppure sull’eterna domanda leopardiana di come potere abitare “nel mondo snaturato della natura” – scommessa ancora intatta, domanda all’altezza della nostra epoca.

Marina Buening, Lucy Clink e Anita Guerra hanno travalicato separatamente e poi congiuntamente le barriere del loro pensiero e si sono poste nel naturale, dalla parte della nascita, dalla parte di ciò che aprendosi diviene, nello stare tra il silenzio delle cose e i loro nomi, nei pressi del loro respiro (cit. Antonio Prete). Hanno percepito il battito e l’essenza, hanno edificato figure di prossimità e di ascolto, di coappartenza e di identificazione, di straniamento e trascendenza. Hanno identificato i limiti dell’impossibile e dell’ignoto, dell’immaginazione dell’impossibile e dell’oltre. Hanno indagato parole senza confini che mostrano l’insondabile, che pongono domande ma non trovano risposte efficaci. Sono giunte ai cieli nascosti che ogni giorno gli alberi osservano, all’interiorità abitata dal percorrere di tempi e spazi e, in minimi movimenti, spostandosi di orizzonti in orizzonti, hanno tentato di dischiudere il visibile e l’invisibile, generando in tal modo una duplice visione. Ed hanno scrutato, osservato, raccontato di ambiti intimi e familiari, a tratti respingenti o illusori, in istanti di finzioni e materialismi: hanno scoperto un viaggio comune di stati d’ombra da cui giungono da vicinanze o lontananze.

Marina Buening plasma e organizza dei micro-mondi, quasi corrispondenti alle innumerevoli stanze dell’anima e degli accadimenti dello spirito: contenitori trasparenti che eliminano ogni limite visivo ed incarnano la poetica del doppio, dove ogni elemento riflette se stesso e il suo altro. Prendono forma da strane conchiglie, pungenti e spinose, o apparentemente morbide e avvolgenti: è il conchiuso nel contenente, sorta di scatole cinesi che immagazzinano e rilasciano miriadi di realtà sovrapposte. Narrano storie di mondi lontani, frammenti di conoscenze, stanze vuote e abbandonate e nuovamente rivissute: con il suo essere limpido, ogni involucro chiama l’osservatore ad un tocco istantaneo, a suoni perduti di scaglie di mare che rimbalzano sui segni impressi ed incisi. In un labile e etereo processo di trasmutazione, l’artista sonda i tanti tempi possibili, elaborando il flusso di informazioni esterne ed interne verso luoghi di anticipazione e memorie.

Lucy Clink, con mano lieve e decisa, scruta negli anfratti angusti di tempi di rimembranze: nelle sue fotografie monocromatiche, dall’odore e dal colore delle stampe in gelatina d’argento, rivivono gli elementi tipici della tradizione pittorica – la natura morta, il paesaggio il ritratto – risolvendosi ed aprendosi a essenze intime e intimistiche. Su ogni immagine l’artista fissa luoghi, movimenti, spazi, intervalli, fa emergere oggetti di vita vissuta e quotidiana, narrazioni di un passato stringente e vicino, che poi attualizza in una

decontestualizzazione di forme e aspetti. Il tempo è in ascolto, fragile, evidentemente non consequenziale, si moltiplica in punti diversi dello spazio, in contorni frastagliati, rivivendo in abiti ancestrali.

Anita Guerra utilizza un elemento prezioso di indagine, le sue mani. Con le mani stringe e afferra, modella e graffia, lucida e leviga. E’ un corpo a corpo con la materia, una simbiosi attesa nella quale l’artista scopre di essere parte del tutto, costituta della stessa essenza dell’elemento che conserva e custodisce nelle ombre e nei bordi delle sue mani. Il rame, rigido e malleabile, si trasforma e si scioglie, contiene la stessa energia, la stessa forza elettrica, è parte essenziale del nostro organismo, del nostro essere materiale-naturale, rosa come la pelle, caldo come il sangue. Anita forgia lastre sottili e sopra fa scorrere fiumi liquidi di pigmenti. E nascono vuoti e fiamme, paradisi e ruscelli, fronde e frutti ignoti. E compaiono segnali di passaggi umani, di strade accennate e costruite, di tempi immemorabili e di istanti sospesi. Realtà e materialità, vagheggiamento e illusione diventano componenti costitutive di una realtà in divenire, dove transitano soffi e si tessono speranze.

“[…] O forse l’erba stessa è un bambino, il bimbo generato / dalla vegetazione.” (Walt Whitman, Canto di me stesso)